giovedì, 09 aprile 2009, ore 03:55

Partiamo da un presupposto fondamentale: sono qui perché il server di Facebook è down, il che è veramente indicativo di quanto io sia ormai dedita ad un altro tipo di cazzeggio, quel tipo di cazzeggio che comunque ormai ha accalappiato tutti, anche... insomma, tutti.
Sto seduta nella sedia dove un individuo fastidiosissimo soleva albergare giorno e notte, ingombrando con il greve olezzo della sua inutilità la stanza della mia amica, in una casa del quartiere dove abitavo anch'io anni fa, nella città che mi ha fatto scoprire di volere ed amare fortemente l'indipendenza.

Sono a Londra da due giorni ormai, ma sembra non essere passato troppo tempo da quando nel 2004 venivo qui con Maria, con una valigia piena di immaturità e voglia di essere libera e felice.
Siamo arrivate in pieno luglio, convinte di andare ad alloggiare in una casa che una troia polentona ci aveva spacciato per fantastica, per ritrovarci incredule in una mezza mansardina grondante polvere, stanche e provate dall'infinito viaggio economico che solo ryanair + 500 altri mezzi di trasporto possono garantire.
Abbiamo cambiato 5 case in meno di tre mesi, una sfiga che capita a pochi, che ha comportato difficoltà, esasperazione, ma anche tante risate.
Ho notato che quando qualcuno va a vivere a Londra  per un po', ha la tendenza di "cambiare lievemente" o piuttosto direi "storpiare totalmente" gli eventi. Ed ecco che magicamente il lavoro del cazzo come cameriere di un ristorante italiano diventa all'improvviso un impiego di tutto rispetto in qualità di personale di sala di un locale in quasi prima zona. Massimo rispetto per la categoria lavoratrice della quale ho anche io fatto parte, ma ecco, la sincerità è bella e fa ridere, alla fine.
E quindi, dopo poco più di una settimana eravamo senza soldi, con un contratto di cinque mesi nell'unica casa decente che avevamo trovato (nonostante noi si volesse levar le tende a fine estate) e insomma,  nella merda più nera.
Ma ecco che, come nei film più imprevedibili e fantasiosi tipo Twilight, ricevo due chiamate improvvise: il primo è Marco, il manager brasiliano dell'hotel dove lavorerò come receptionist e l'altra è la proprietaria di casa che mi avvisa del fatto che dobbiamo recidere il contatto perché insomma è una roba noiosa da raccontare.
Maria dopo un mese senza trovare lavoro (e neanche cercarlo più di tanto, diciamolo) vuole andarsene e lo scopro inavvertitamente il giorno del mio compleanno. Non so perché non mi sono fidata del mio istinto ed ho continuato ad esserle amica, visto lo scempio di persona che è dimostrata mandando a fanculo tutti quando ha trovato l'uomo della sua vita (che è comunque un bravo ragazzo, Ezio tvb).

So che questo racconto intriso di terrone sfigate e datori di lavoro sudamericani è estremamente intrigante, ma cazzo sono le due e mezza, quindi il succo è: prima Londra per me era il posto perfetto dove vivere, strabordante di cultura, con le sue case piene di russi, greci, kazakistani e polacchi. Con le sue stradine alternative. Con i suoi enormi musei (gratis), i fantastici negozi di Oxford street e i mille concerti. Con le sue passeggiate tra le vie sconosciute dove guardi il cielo e ti senti te stessa. Con l'affascinante tube e la conturbante Camden town. Tutto pieno di allegria, colore, libertà, forza, potere.
Al mio ritorno a casa sono caduta in una lieve depressione. Basta uscite, niente amici, basta maschi inutili, basta tutto. Non avevo voglia di niente. Solo di stare a casa. Sentivo che non volevo più stare a Londra ma non capivo perché. E da quel momento, ho sempre pensato di avere lasciato qualcosa in questa città, di essermi dimenticata un pezzo di me e di non capire quale fosse, nella certezza che prima o poi sarei tornata a riprendermelo.

Sono tornata a Londra dopo cinque anni, dopo essere stata tre settimane in Spagna.
Usy vive qui da otto mesi, non ci conoscevamo prima del mio arrivo, lunedì sera. Usy lavora alla Sony, è fidanzata, è una persona molto allegra e libera. E mi ha dato il la per scrivere questo post, io che non scrivo mai.
Il punto è, che quando vivi a Londra, cambia tutto. Come diceva Benjamin, perde quell'"aura" particolare, come un'opera d'arte una volta lontana, ed improvvisamente troppo vicina. Perché quando cominci a rimpinzarti di fast food dalla mattina alla sera e sei troppo stanca di lavorare e SOLA per accorgerti di quanto è bella la multiculturalità londinese, la metro non è più il posto magico dove sorridi ogni volta che senti MIND THE GAP PLEASE ma è un ritrovo di gente che non si lava, quando le viuzze alternative sono un cumulo di strade tutte uguali appestate dalla puzza di cipolla dei localetti indiani, quando tutto non è più colorato ma acquista un'unica tinta grigiastra e vuoi solo tornare a casa e dormire, le cose cambiano un po'.

Ed io non so cos'avevo perso e se realmente qualcosa avevo perso, o piuttosto l'avevo trovato, non capendo però cosa fosse. Ma so che oggi guardo questa città con occhi diversi, perché nonostante sia splendida, ho la certezza assoluta di non volerci vivere.
Perché so che quello che cerco non è qua, non è questo e non è così che lo voglio.
Eppure, mentre cammino, guardo ancora il cielo e mi sento bene.
liubiza


venerdì, 29 agosto 2008, ore 00:56

Perché l'unica cosa che so veramente fare è andare via.
Via da me stessa, o forse da tutto il resto.
Anche se tutto non è mai abbastanza e nonostante io faccia finta di non saperlo.
Perché spesso non è bello affatto essere estremamente sinceri con sé stessi.
E pagherei oro per un'auto-bugia che sia autentica.
Calda, comoda e per sempre.
E invece no.

E quindi via.
Lontano.
Ancora una volta.
Senza una meta che sia una Meta.
Con il cuore a metà, e una parte dimenticata chissà dove, dimenticato.

Finché avrò respiro, finché le mie gambe ne saranno capaci e finché avrò forza ignorare cosa non mi lega a niente.

Ma se tu lo vuoi, io mollo tutto e resto.

liubiza


giovedì, 15 maggio 2008, ore 12:34

Le macchine
le macchine
sono troppo veloci
per i gatti
i gatti
che vogliono attraversar
per cercare
un amore
un amore
che dall’altra parte della strada sta
(si sa, bisogna rischiar)

E i gatti
i gatti
sono troppo indipendenti
per le donne
le donne
che li voglion carezzar
per mimare
un amore
un amore
quando proprio in giro non ce n’è
(neanche a pagar)

E se di notte mi vien voglia ti telefono
dalle cabine in autostrada da qualche squallido bar
sento i gettoni che cadono come battiti
del mio cuore ingenuo a metà
e tu rispondi annoiata
scocciata
addormentata
alle tre di notte cos’altro potresti far
e io ti chiedo sei sola e tu naturalmente ti incazzi
vorresti dormire vorresti riattaccar
e non capisci che...

I telefoni
i telefoni
sono troppo scomodi
per le zampe dei gatti
dei gatti
che voglion telefonar
per chiamare
un amore
un amore
che abita in un’altra città
(chissà se un giorno tornerà)

Stefano Benni - E i gatti
liubiza
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martedì, 06 maggio 2008, ore 22:46

Io vivo. Nonostante le dicerie con seguito di festeggiamenti plurisettimanali.
Dove sono stata? In Erasmus in Romania (faccia schifata dell'interlocutore razzista).
E no, non che lì non ci fossero pc o connessione, anzi ho goduto di una mediocre ma gratuita adsl flat in stanza per tutto il tempo della mia permanenza, ovvero cinque mesi. Solo che boh. Un semplice attacco medio-lungo di apatia virtuale, blocco del bloggher, stitichezza da weblog.. chiamala come vuoi insomma, quella.
Comunque sono tornata a digitare cose inutili prive di giovamento alcuno, questo è l'importante. E devo dire che sono parecchio incrocchiata.
Rimando a tempi indefiniti a) un resoconto più o meno veritiero delle mie mirabolanti acrobazie universitarie rumene, grazie alle quali mi sono levata di mezzo 9 materie (e qui Cepu si inginocchia per praticarmi un atto d'amore) e b) dei colorati paragrafetti che illustrano i viaggi che ho fatto in questo periodo di tempo.
Tutto ciò per lasciare spazio ad uno spaccato di vita di oggi pomeriggio alle 17.10 ora locale di Picanello in cui mi reco dal medico per avere una ricetta, insomma non vi interessa, e mi siedo in un posto libero della sala d'aspetto. Dopo qualche minuto arriva una rappresentante, donna sui 35, nascosti a fatica sotto in fondo poche tonnellate di fondotinta, che si accomoda in fretta ed io già percepisco che freme.
E' un'irrequietudine profonda, naturale e disturbante, lo sento: quella donna ha bisogno di comunicare.
Inizia così un'epopea di discussioni con individui a caso presenti in sala, in cui apprendo che i farmaci con cui lavora, anzi i SUOI farmaci rivestono un'ampia gamma di esigenze e vanno quindi dall'antibiotico per disturbi gastrointestinali ai rimedi contro le emorroidi, che lei è una madre comprensiva e molto attenta e si è subito resa conto dai voti a scuola di suo figlio che lo scientifico fa certamente per lui, non che voglia dire che ha dei limiti ma insomma, lei conosce bene i suoi polli e tutta una serie di discorsi da parrucchiere che ho smesso di ascoltare perché dovevo fare una cosa importante fuori, cioè contare il pulviscolo atmosferico e quindi non li ho sentiti.
Ad un certo punto, silenzio: la signora prima di me è entrata, la rappresentante è sola. Rientro. Qualche millisecondo ancora di silenzio, e poi fa: Comunque ti faccio entrare prima di me tranquilla! Oggi sono buona nonostante abbia avuto una giornataccia mi sono alzata alle 6 e non ho dormito neanche due ore guarda terribile poi... i bambini a scuola... l'ernia di mia madre... questo lavoro... soddisfazioni...
In tutto questo tentavo di sprofondare dietro Amrita sperando che la smettesse, quando effettivamente smette. E si mette in bocca un chewingum.
Ora, io sono del parere che dio in un certo momento topico avrebbe dovuto dire Donna partorirai con dolore ma ricordati di chiudere quella fogna di bocca mentre mastichi la gomma, Uomo tu farai lo stesso per non disgustarmi.
Perché non l'ha fatto? Come fa un individuo a non voler evitare con tutte le sue forze quel mangiucchiamento rumoroso prodotto dalla combo lingua + saliva + palato?
Cioè signora mi scusi, è quasi un'ora che parla di creme per il culo e del 9 in Matematica di suo figlio, so come si addormenta la notte per non avere mal di schiena e quali sono i cibi che le provocano intolleranza alimentare, ma non sono ancora pronta a vedere le sue mutande attraverso il suo canale laringo-esofageo, quindi può farmi il piacere di evitare questa schifezza che sta facendo?
Se alle elezioni fossero andati Il Partito della Masticogna Silenziosa o la Lega della Bocca Chiusa avrei di certo votato uno dei due. E invece no: Democrazia Cristiana. Ma comunque questo non c'entra.
liubiza
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lunedì, 03 settembre 2007, ore 16:16

‘A NASCITA

 

Tranquillu,

‘nta ‘n postu bbeatu,

qualcunu mi vesti

di carni e di ciatu;

chistu è to’ patri,

chista to’ matri,

fa’ ‘u primu chiantu

saluta ‘stu munnu.

Qualcunu à ddicisu,

à ddicisu ppi mmia

e senza vulillu

‘nto ‘nfernu mi porta;

e sparti si vanta,

iù t’à criatu,

porta rispettu

a ccu a vita t’à ddatu;

ma a vita ll’aveva

senza st’affanni,

picchì mi vististi

ppi forza di carni?

liubiza
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giovedì, 09 agosto 2007, ore 21:52

Il che non c'entra affatto col post di quest'oggi ma fa nulla.

Location: la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Catania
Ore: 19.30
Protagonista: ovviamente io.

Mi ricordo, dopo ore ed ore di quello che formalmente chiameremo "lavoro", ma come tale non può concretamente essere definito data l'elevata mole di spacinnamento e l'abbondanza di pause, che è arrivata l'ora di andare via. Quindi esco, dò due mandate alla porta dell'ufficio e corro giù verso orizzonti radiosi fatti di polvere e zanzare, oltre in biblioteca a consegnare le chiavi al signor P.
Saltellante, torno al piano di sopra e vado per uscire MA ecco che mi sovviene la bizzarra tizia vagamente logorroica dagli occhiali gialli e la riga nel mezzo che oggi mi ha venduto i libri di inglese, e mi ricordo appunto di averli lasciati sul tavolo. Li prendo domani ed esco fuori. Le chiavi del motorino: sono dentro il casco. Che è dentro l'ufficio.
Vabbè, capita.
Torno sotto mentre la sudorazione ascellare comincia a farsi sentire e richiedo le chiavi al tizio, che gentilmente me le porge. Recupero il tutto, ridò le due famose mandate e riporto le chiavi al signor P.
Uscendo, mi sovviene che non ho timbrato il cartellino all'uscita.
Porca eva.
Marcia indietro sui gloriosi gradoni dell'entrata mentre il sudore mi imperla la fronte formando la parola RINCOGLIONITA, click sul cartoncino giallo e finalmente in motorino verso casa! Dove potrò finalmente lavarmi, cibarmi e forse dare un'occhiata veloce ai libri... che ho dimenticato in biblioteca quando ho preso le chiavi.
I nervi fanno il girotondo mentre mi convinco che mai più rivedrò la mia magione, almeno non dopo essermi fatta un'altra volta quei maledetti gradoni! A questo punto mi viene in mente la tizia dagli occhiali gialli e tutto nella mia mente costellata di goccioline salate si fa limpido: mi ha lanciato il malocchio perché non avevo i 20 centesimi delle cinque euro e venti!

AAAARRRRGGGHHH!
liubiza
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sabato, 28 luglio 2007, ore 02:49

Ti vedo per la prima volta a Montauk, quando entrambi abbiamo preso quel treno solo per una coincidenza, mi hai guardato imbarazzato al cenno che ti ho fatto all'autogrill, poi ti ho salutato alla fermata e sul treno mi sono seduta vicino a te e ci siamo parlati.
Eri così imbarazzato da sentire la necessità di cacciarmi via con una banale scusa; me ne sono resa conto e ho.. agito da svitata, provando disagio per la tua richiesta di lasciarti solo. C'era qualcosa di familiare in te, di caro e prezioso da preservare, e questa sensazione mi metteva su ansia e nervosismo.

Ti incontro ancora una volta a Montauk, ed è come se fosse la prima volta, quella che entrambi credevamo che fosse una blanda coincidenza, e invece non lo era affatto.
Anni prima su quella spiaggia guardavi la mia felpa arancione che buffamente ti attraeva, ti portavo a casa Ruskin dalla quale scappavi umiliato per una mia risposta aggressiva. Sappiamo entrambi che torneremo qui, saremo cambiati così come il colore dei miei capelli, ma questo non avrà alcuna importanza.

Anche stanotte a Montauk, come se fosse la prima.
Nessuna coincidenza: abbiamo deciso di essere qui e tutto è autentico. Al diavolo gli smemorati, perché i loro errori non saranno mai rimpiazzati.
Siamo qui Joel, con la certezza che su questa spiaggia nevicherà per sempre.
liubiza
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lunedì, 18 giugno 2007, ore 15:07

Sin da piccoli ci impegnamo a decidere quale mestiere faremo da grandi.
C'è chi vuole fare l'astronauta, chi la ballerina, il pompiere o la stilista d'altra moda.
Io volevo fare il notaio. Sapevo con certezza che sarebbe stato il mestiere fatto apposta per me e che lo avrei fatto per tutta la vita e con gran passione, perché all'età di sette anni chiesi a mio padre "Dimmi un lavoro dove si guadagnano tanti soldi e si lavora poco", lui risposte "Il notaio" e da quel giorno decisi che il mio futuro era segnato.
Poi con l'adolescenza chiaramente le cose cambiarono e accantonai a tempo indeterminato qualsiasi tipo di progetto a lungo termine riguardo quale sarebbe stata la mia attività lavorativa da grande.
Fino a una settimana fa.
Sì, perché una mercoledì scorso, mentre ero dal parrucchiere col collo reclinato sul lavabo di ceramica bianco e una graziosa signorina per far penetrare lo shampoo ed eliminare ogni residuo di tintura mi massaggiava ripetutamente il cranio più e più volte con quell'abilità manuale che solo le shampiste possiedono (no, non c'è nessuna accezione maliziosa) ho deciso che non importa se da grande farò (hahaha) il notaio, l'avvocato, o più probabilmente la segretaria in una bettola di studio insitato in una vita del centro città, l'importante sarà guadagnare abbastanza soldi da potermi permettere le vigorose manine allevia-stress di una shampista sulla mia rossa testolina esattamente quando cazzo voglio.
liubiza
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martedì, 05 giugno 2007, ore 18:02

No, non sono stata impegnata con lo studio, anche perché ho felicemente iniziato ieri nella gloriosa aula studio Titti&co. featuring la crostata all'albicocca dietetica e con tanto di special guest (la mamma).
Le novità di questi giorni sono che i miei capelli sono ormai arancioni a causa del poco mare di cui ho goduto, sono presa a fuoco durante uno spettacolo a Taormina e questo ha decretato la transustanziazione della divisa in materiale immediatamente cestinabile, ho usato i fire snakes per la prima volta e a parte il frush frush del fuoco non hanno nulla di temibile, mia mamma mi manda improbabili messaggi nei quali mi avverte che ha comprato la nutella, ho simpaticamente dimenticato di presentarmi allo scritto di inglese III ed ora mi tocca rimediare dandomi una materia da pochi crediti a caso, il Flash Mob è stato davvero poco flash ma molto divertente, questo weekend è scivolato via dolcemente come la crema dei cornetti di via Napoli, la torta per il compleanno di Bruno è venuta ottimamente anche se nessuno l'ha cagata forse per via della scritta col cioccolato bianco stile morbo di parkinson che, diciamolo, la rendeva davvero poco invitante;
ma soprattutto al concerto di Carlo Fava Letizia ha tralasciato di comunicarmi che aveva le pile scariche e quindi gli ho scattato due foto proprio due, ma in compenso il concerto è stato bellissimo e in particolare ho adorato L'ultima volta che ho visto i tuoi occhiali.
Ah, dimenticavo! Ho fatto il myspace a MariaTosta, ascoltate e godetene tutti!
liubiza
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giovedì, 19 aprile 2007, ore 10:55

Questo è un mondo dove se un uomo rispettabilmente belloccio di cui hai una modesta stima e tutto sommato una buona idea (e diciamo anche che ci sono certe reazioni chimiche tra di voi), ti si avvicina tra il confuso e il supplichevole, con due dita tra le ciglia e la pupilla dicendoti

Mi è entrato un moscerino nell'occhio, potresti aiutarmi?

le tue palpitazioni probabilmente aumenteranno visibilmente, mentre pensi che questa è la scusa più vecchia e bella del mondo per avvicinare il suo viso al tuo, le sue labbra alle tue e così via in un turbine di passione.
Solo che nel 95% dei casi lui avrà davvero un moscerino nell'occhio, e tu ti ritroverai a ravanare gioiosamente negli appiccicosi meandri del suo bulbo oculare per tentare di evirare un animale morto (di piccolissime dimensioni, ok, ma sempre animale morto è) dalla sua palpebra inferiore, tra le sue bestemmie e il tuo imbarazzo.
In fondo lui non era Clive Owen e tu non sei esattamente nessuna tra le varie Jolie, Johansson e qualche altra attrice prosperosa dalla piega a prova di limonata superiore ai 5 minuti e il cognome che inizia per J.
liubiza
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