Partiamo da un presupposto fondamentale: sono qui perché il server di Facebook è down, il che è veramente indicativo di quanto io sia ormai dedita ad un altro tipo di cazzeggio, quel tipo di cazzeggio che comunque ormai ha accalappiato tutti, anche... insomma, tutti.
Sto seduta nella sedia dove un individuo fastidiosissimo soleva albergare giorno e notte, ingombrando con il greve olezzo della sua inutilità la stanza della mia amica, in una casa del quartiere dove abitavo anch'io anni fa, nella città che mi ha fatto scoprire di volere ed amare fortemente l'indipendenza.
Sono a Londra da due giorni ormai, ma sembra non essere passato troppo tempo da quando nel 2004 venivo qui con Maria, con una valigia piena di immaturità e voglia di essere libera e felice.
Siamo arrivate in pieno luglio, convinte di andare ad alloggiare in una casa che una troia polentona ci aveva spacciato per fantastica, per ritrovarci incredule in una mezza mansardina grondante polvere, stanche e provate dall'infinito viaggio economico che solo ryanair + 500 altri mezzi di trasporto possono garantire.
Abbiamo cambiato 5 case in meno di tre mesi, una sfiga che capita a pochi, che ha comportato difficoltà, esasperazione, ma anche tante risate.
Ho notato che quando qualcuno va a vivere a Londra per un po', ha la tendenza di "cambiare lievemente" o piuttosto direi "storpiare totalmente" gli eventi. Ed ecco che magicamente il lavoro del cazzo come cameriere di un ristorante italiano diventa all'improvviso un impiego di tutto rispetto in qualità di personale di sala di un locale in quasi prima zona. Massimo rispetto per la categoria lavoratrice della quale ho anche io fatto parte, ma ecco, la sincerità è bella e fa ridere, alla fine.
E quindi, dopo poco più di una settimana eravamo senza soldi, con un contratto di cinque mesi nell'unica casa decente che avevamo trovato (nonostante noi si volesse levar le tende a fine estate) e insomma, nella merda più nera.
Ma ecco che, come nei film più imprevedibili e fantasiosi tipo Twilight, ricevo due chiamate improvvise: il primo è Marco, il manager brasiliano dell'hotel dove lavorerò come receptionist e l'altra è la proprietaria di casa che mi avvisa del fatto che dobbiamo recidere il contatto perché insomma è una roba noiosa da raccontare.
Maria dopo un mese senza trovare lavoro (e neanche cercarlo più di tanto, diciamolo) vuole andarsene e lo scopro inavvertitamente il giorno del mio compleanno. Non so perché non mi sono fidata del mio istinto ed ho continuato ad esserle amica, visto lo scempio di persona che è dimostrata mandando a fanculo tutti quando ha trovato l'uomo della sua vita (che è comunque un bravo ragazzo, Ezio tvb).
So che questo racconto intriso di terrone sfigate e datori di lavoro sudamericani è estremamente intrigante, ma cazzo sono le due e mezza, quindi il succo è: prima Londra per me era il posto perfetto dove vivere, strabordante di cultura, con le sue case piene di russi, greci, kazakistani e polacchi. Con le sue stradine alternative. Con i suoi enormi musei (gratis), i fantastici negozi di Oxford street e i mille concerti. Con le sue passeggiate tra le vie sconosciute dove guardi il cielo e ti senti te stessa. Con l'affascinante tube e la conturbante Camden town. Tutto pieno di allegria, colore, libertà, forza, potere.
Al mio ritorno a casa sono caduta in una lieve depressione. Basta uscite, niente amici, basta maschi inutili, basta tutto. Non avevo voglia di niente. Solo di stare a casa. Sentivo che non volevo più stare a Londra ma non capivo perché. E da quel momento, ho sempre pensato di avere lasciato qualcosa in questa città, di essermi dimenticata un pezzo di me e di non capire quale fosse, nella certezza che prima o poi sarei tornata a riprendermelo.
Sono tornata a Londra dopo cinque anni, dopo essere stata tre settimane in Spagna.
Usy vive qui da otto mesi, non ci conoscevamo prima del mio arrivo, lunedì sera. Usy lavora alla Sony, è fidanzata, è una persona molto allegra e libera. E mi ha dato il la per scrivere questo post, io che non scrivo mai.
Il punto è, che quando vivi a Londra, cambia tutto. Come diceva Benjamin, perde quell'"aura" particolare, come un'opera d'arte una volta lontana, ed improvvisamente troppo vicina. Perché quando cominci a rimpinzarti di fast food dalla mattina alla sera e sei troppo stanca di lavorare e SOLA per accorgerti di quanto è bella la multiculturalità londinese, la metro non è più il posto magico dove sorridi ogni volta che senti MIND THE GAP PLEASE ma è un ritrovo di gente che non si lava, quando le viuzze alternative sono un cumulo di strade tutte uguali appestate dalla puzza di cipolla dei localetti indiani, quando tutto non è più colorato ma acquista un'unica tinta grigiastra e vuoi solo tornare a casa e dormire, le cose cambiano un po'.
Ed io non so cos'avevo perso e se realmente qualcosa avevo perso, o piuttosto l'avevo trovato, non capendo però cosa fosse. Ma so che oggi guardo questa città con occhi diversi, perché nonostante sia splendida, ho la certezza assoluta di non volerci vivere.
Perché so che quello che cerco non è qua, non è questo e non è così che lo voglio.
Eppure, mentre cammino, guardo ancora il cielo e mi sento bene.